La fabbrica del ghiaccio

Qualcuno mi aveva fatto il nome di Agostino lo scemo (nel più efficace dialetto locale era “Agostino lu maccu”), quando per una disattenzione il mio cronometro era scivolato sul pavimento di casa.
Agostino era un orologiaio. Si diceva che facesse andare le rotelle degli orologi nel verso giusto, benché le sue girassero al contrario. Si raccontava anche che il suo precario stato mentale fosse peggiorato dopo che una tizia, che aveva convissuto con lui per qualche tempo, se l’era svignata. Per le malelingue, se l’inizio di quella storia aveva dell’incredibile, la sua fine era di una logica che non lasciava alcun dubbio: lui era uno scemo… ma certo che lei, però!
Indipendentemente da quei fatti che nulla avevano a che fare con la mia esigenza, fu comunque per far rimettere a posto le rotelle di un orologio da un tale che le aveva fuori posto che un tardo pomeriggio di fine estate mi presentai nel laboratorio di Agostino lo scemo, al primo piano di una stinta palazzina.
Suonai il campanello. Mi rispose una voce acuta:
– È aperto, si può entrare.
Varcata la soglia, fui investito da una pesante zaffata rovente di chiuso, da scartocciare i polmoni. Mi guardai intorno: il locale era immerso nel buio, e dalle imposte ben accostate trapelava appena uno spiraglio di luce.
– Sa, io tengo accesa la lampada che uso per lavoro e dimentico di aprirla, sì sì… – m’informò il titolare di quella voce da contralto spalancando una finestra. Il bagliore della sera illuminò una minuscola stanza polverosa, ai lati della quale due porte celavano altri interni; un tavolo di dimensioni ridotte con una poltroncina accanto e un’antica cassapanca intarsiata ridipinta di un azzurro insensato, costituivano gli unici arredi di quel vano.
Nei colori del crepuscolo apparve il volto stanco e mal rasato di Agostino. Sotto una testona di capelli di un grigio indeciso, due occhietti vischiosi e dalle folte sopracciglia mi osservavano senza alcun interesse; una maglietta scolorita indossata al contrario e gli abbondanti pantaloni di una tuta blu completavano il bizzarro ritratto dell’uomo.
Lì per lì trovai detestabili sia lui che il suo habitat, ma non ebbi l’animo di andar via, e per dissimulare il fastidio che sentivo, concentrai lo sguardo verso l’esterno.
Dal riquadro della finestra appena aperta mi si presentò uno scorcio che conoscevo da ben altre prospettive: a una cinquantina di metri dal mio campo visivo si ergeva l’imponente struttura del viadotto che unisce due spezzoni di città. Sotto le ampie arcate che il tramonto dipingeva di un ocra-rossastro, l’antica fontana catapultava rumoreggianti getti d’acqua. Fra le campate di quello che da sempre viene chiamato “il Ponte”, una moltitudine di rondini si esibiva in acrobatici voli accompagnandosi con i loro garriti monocordi: si sfioravano fin quasi a scontrarsi le une alle altre per poi lanciarsi verso la lattiginosa fontana.
– Bello, vero? Sì sì, è proprio bello… – fece Agostino, anticipando il mio pensiero. – Quando mi sento solo, mi affaccio qui alla finestra e le rondini mi fanno compagnia, mi sembra di volare insieme a loro. A volte ci parlo anche, mi rispondono e mi fanno stare bene. Ci crede se le dico che le conosco una per una? Sì sì… una per una.
Mi sorrise e rimase come in attesa di una conferma o di una richiesta di chiarimento. Ma non avevo niente da eccepire; mi venne invece da pensare che spesso, in una mente confusa, si nasconde un seme di poesia, come ha scritto qualcuno.
Il sorriso di Agostino, nonostante la grigiastra e carente dentatura, era di una dolcezza disarmante. Lo sguardo che poco prima avevo ritenuto inespressivo parve rivelare una remota malinconia. Gli consegnai il cronometro. Agostino si diresse verso il piccolo tavolo da lavoro colmo di minutaglie, accese la lampada e cominciò a esaminare con un monocolo l’oggetto del suo nuovo lavoro.
– Allora, vediamo… È un orologio di valore, sa? Eh, è proprio di valore, sì sì… Ha il vetro filato… il bilanciere fuori asse… la molla a spirale rotta. Posso farlo funzionare in un paio di giorni. Le faccio spendere poco, sì sì… proprio poco, va bene?

Passarono due o tre giorni e ritornai da Agostino l’orologiaio. Mi accolse con fare concitato, indicando ripetutamente con un dito il telefono che teneva appoggiato all’orecchio.
– Venga venga, è Giovanni, è Giovanni, – mi sussurrò trepidante, e sollevando il tono della voce: – Vieni quando vuoi, Giova’… no no, non ho venduto nessun appartamento, ci sono tutti. Io sto sempre in quello solito e dagli altri tre ci campo… Con gli affitti, no? Non è più come una volta, adesso gli orologi, se non sono di marca, li buttano via. Sono tanto contento d’averti sentito… Quanti anni son passati? Te lo dico io: diciassette. Quando tua mamma ti ha portato via avevi nove anni, oggi dovresti averne ventisei, sì sì, ventisei. È così, vero? Allora ti aspetto, vieni presto, ciao, ciao… ché ho un cliente.
Visibilmente scosso, Agostino posò il telefono e rimase a fissarlo in silenzio per un buon minuto. Chi poteva averlo turbato fino a quel punto? Provai un certo imbarazzo nel vederlo così pensoso e, chissà perché, mi tornarono in mente quelle rondini in volo che gli davano la serenità. Una serenità che in quel momento pareva aver perduto.
– Vuole sapere chi era al telefono? – e senza attendere una risposta che non avrei saputo né m’interessava dargli, – Era Giovanni! – esclamò.
Ah sì, certo! Il nome lo conoscevo già.
– È stato quasi mio figlio… Insomma, è il figlio di Elena. La conosce Elena? Era la mia innamorata, sì sì… quella che stava con me, lo sapeva?
Altroché se l’avevo capito, ma questa volta il nome mi era nuovo. Agostino continuò:
– Mi scusi se sono un po’ affannato e non riesco a parlare… Ah, volevo dirle che l’orologio non è ancora pronto, ma può ritirarlo… può ritirarlo… ah sì sì… anche domani sera, se vuole.
La bugia era evidente. Il mio cronometro era posato sul tavolo con il vetro nuovo, il minutaggio in movimento e con le lancette che segnavano l’ora esatta. Però l’esigenza di Agostino di voler parlare con altri che non fossero le rondini era altrettanto evidente, e ormai ostaggio di una curiosità un po’ fuori misura, decisi di assolvere alle funzioni del buon confessore che cercava.

La sera seguente infatti ero di nuovo nel laboratorio.
– Mi scusi per ieri, – si giustificò lui con finto rammarico. – Lo sa che Giovanni proprio stamattina è venuto a trovarmi? Si ricorda di Giovanni, sì? Fa il corniciaio di quadri in città. Dopo le faccio sapere cosa mi ha detto. È sputato alla mamma, proprio sputato, sì sì. Gli stessi occhi chiari… Il naso è più grande ma la bocca è precisa. Ah, la bocca di Elena! Quante volte me l’ha fatta baciare… Lei ha mai baciato una donna? – Non attese verifica. – Era venuta per farsi aggiustare l’orologio: questo laboratorio è suo? mi aveva chiesto, sì sì, le avevo risposto, tutto l’appartamento è mio, di babbo insomma. Anche gli altri tre alloggi sono nostri, sono affittati. Abbiamo anche una campagna con la casa al camposanto… cioè, di fronte al camposanto. E lei ridendo allora siete ricchi. Non lo so, le ho fatto, ma un giorno quando babbo e mamma, fra cent’anni eh! Io sono figlio unico, sì sì. Elena… Glielo avevo detto che si chiama Elena? Elena mi aveva invitato a prendere il caffè al tavolino del bar in piazza e avevamo preso confidenza. Lei aveva ventisette anni e faceva la commessa in un negozio dove si vendeva di tutto: candele, mortadella, olio, fave secche… sì sì, tante cose. Era incantata perché io a quarantasette anni non avevo mai avuto un’innamorata. Lei invece aveva un figlio piccolo fatto con uno che era sparito appena lei gli aveva fatto sapere che era in pancia. Sa chi c’era nella pancia?
Come in un quiz televisivo, azzardai la risposta: – Giovanni!
– Bravo! E figlio di chi era?
Questa volta, ricordandomi di certe dicerie, schivai la risposta. E lui, trionfante: – Di Elena, no?
Cominciavo a essere stufo dei quiz. Sarei voluto andar via, ma ormai ero interessato alla fine della storia su cui si era spettegolato in città anni prima, maledetta curiosità!
Il caldo secco opprimente non dava tregua.
– Ha caldo, vero? – osservò Agostino vedendo che con un fazzoletto mi asciugavo il sudore dal viso. E poi: – Io col caldo sto bene. Il freddo invece… no no! Ha conosciuto la fabbrica del ghiaccio che c’era una volta in città? Dopo, se ne ha voglia, la faccio ridere: le racconto di quando mio padre si comprava il ghiaccio. Ah, proprio di babbo stavo parlando. Quando ha saputo che avevo perso la testa per Elena e che volevo stare con lei, cavolo che arrabbiatura… e cosa ti è venuto in testa, ti stai appiccicando a una scrofa con il porcetto, ed è troppo giovane per te, chi sei un vecciu vaggianu. Scapolo vecchio vuole dire. Lo capisce il dialetto?
– Lo capisco, lo capisco. Lo parlo anche. Ma piuttosto, – tentai – piuttosto mi dica dell’incontro con Giovanni. Si chiama così, no? È stato bello immagino, dopo tutti quegli anni che mi pare d’aver sentito.
– Sì sì… È stato bellissimo, ma glielo dico dopo, e dopo gli dico anche che lei mi deve fare un piacere.
La faccenda ora cominciava a complicarsi: che piacere avrei dovuto fargli? Decisi di prendere tempo.
– Si è fatto tardi. Se crede possiamo vederci un altro momento, che ne dice?
Ma Agostino ormai era inarrestabile.
– Sa cosa mi ha detto mio padre? Che quella, Elena voleva dire, quella aveva mangiato pane di sette forni. Che aveva messo gli occhi sulla nostra proprietà se no, proprio con un coglione come te si metteva? Mi ha chiamato proprio coglione, a se l’immagina? A un figlio! E scusi la parolaccia. Mamma, che si era messa dalla parte mia, gli aveva ricordato che se le cose andavano così, la colpa era tutta sua perché la notte che l’aveva ingravidata di me lui aveva la chiara dell’uovo guasta, cotto com’era di malvasia da non tenersi in piedi. Boh! A ne capisce, lei? Dopo tanto l’aveva convinto di lasciarmi fare: loro se ne andavano nella casa di campagna e nell’alloggio dove stavamo cioè questo, ci veniva Elena con Giovanni. In più mi ritiravo l’affitto di uno degli altri tre appartamenti. Già ci riusciranno a camparsi, tanto non lavora anche quella bagascia? aveva protestato babbo mentre si avviavano. Purtroppo dopo un anno la diabete aveva fatto morire mamma. Io ero disperato ma Elena, Elena… quanto mi ha consolato, sì sì! Mi raccomandava di stare tranquillo perché babbo era più vecchio di mamma e presto andava a farle compagnia. Difatti, poi di quasi un altro anno, babbo era andato a farle compagnia, ma io non sono andato nemmeno al funerale.
– Senta signor… ehm… Agostino, sono già le nove di sera: è quasi notte. Se mi dà l’orologio e mi dice quanto le devo… E poi, ecco, poi non capisco perché mi debba raccontare i fatti suoi privati, sono cose da tenere solamente per sé. Del resto non ci conosciamo, sono venuto solo per una riparazione, perché mi racconta tutte queste cose? E poi, qual è il piacere che dovrei farle, proprio io che non c’entro un accidente?
Agostino si irrigidì, ma era deciso più che mai a raccontare tutta la sua storia.
– Scusi, se lei non mi fa finire come faccio a chiederle questo piacere? Le dicevo che, morto babbo, tutti gli appartamenti erano passati in testa a me. Elena aveva lasciato il lavoro e lui si starà girando ancora nella bara, così impara a offendere la mia innamorata chiamandola scrofa e bagascia, scusi sempre la parolaccia. La campagna con la casa l’abbiamo venduta subito perché ci servivano i soldi per sposarci, ma la vendita ci ha portato la sfortuna in casa… Infatti, una sera Elena mi fece sapere che con me non sarebbe potuta più restare per questioni da non poter dire e che avrebbe trattenuto per sé il ricavato di quella vendita, rassicurandomi che li avrebbe utilizzati soltanto a beneficio di Giovanni, in considerazione del fatto che gli volevo bene come fosse mio figlio.
Le ultime frasi furono pronunciate col corretto utilizzo dei predicati e delle forme verbali. La cosa, lì per lì, non mi sorprese e pensai che fosse frutto del caso.
Ad occhi bassi, Agostino continuò: – Elena afferrò una valigia colma delle sue cose, prese il bambino per mano ed entrambi sparirono dalla mia vita. In un baleno il cuore mi andò in pezzi. Erano trascorsi seicentosettantadue giorni, quasi due anni, da quando era iniziata la nostra vita insieme.
La rapida trasfigurazione di Agostino aveva dell’incredibile. Con l’aria di un cane bastonato se ne stava rannicchiato sulla poltroncina: era mutato anche nell’aspetto fisico oltre che nel frasario. Il volto inaspettatamente contratto palesava un’improvvisa sofferenza e gli occhi socchiusi parevano voler richiamare nebbiose memorie perdute. Mi resi conto che non avevo più a che fare con Agostino lo scemo: miracolosamente Agostino era guarito! In quell’istante io capii di essere di troppo, mentre lui, l’attore di una commedia che si era mutata in dramma, riprese a fatica e con voce roca, quasi un sussurro, il filo dei suoi pensieri.
– Dell’amore che ho provato per Elena non so se n’esistano di uguali. Penso sia stato unico perché alla follia che si diceva io avessi si era aggiunta quella per lei. Al risveglio di un sogno bellissimo, la mia testa si ritrovò ancor più frastornata. Per anni mi sono scervellato cercando un solo motivo che mi potesse spiegare quell’abbandono inatteso. Non ho mai creduto che Elena non mi amasse più. Non era possibile. Mah, forse non ero stato un buon padre per Giovanni… o forse era la conseguenza della scomunica di babbo buonanima, chi lo sa! Per anni ho atteso il ritorno di Elena, per anni e anni, sino a… sino a sfinirmi. Quando il dolore ha lasciato spazio alla nostalgia e alla rassegnazione, mi son chiesto se fosse valsa la pena patire tanto e per così tanto tempo. E io ho la mia risposta. Le ho accennato della fabbrica del ghiaccio, ricorda? Ora le racconto una storiella, ma non la farò ridere come promesso. Vuole ancora che gliela racconti? Ero un ragazzo, allora…
Agostino mi osservò. Dovevo sembrargli come intontito, immobile davanti a lui, incapace di interromperlo. O di andarmene. Ma provavo una pena infinita per quell’uomo, un misto di pena e curiosità, in realtà. E per fortuna Agostino nei miei occhi scorse solo la curiosità.
– Verso l’ora di pranzo e in pieno agosto, nel rientrare dalla campagna del cimitero, mio padre faceva una sosta alla fabbrica del ghiaccio, che ora non c’è più, soppiantata dai congelatori. Con pochi spiccioli ne comprava un panetto da un chilo, un chilo e mezzo, non di più. Glielo avvolgevano in un canovaccio e lui, passo dopo passo, si avviava verso casa. Con il caldo d’agosto, il cubo di ghiaccio seminava acqua per le strade e una volta a destinazione sa cosa ne restava? Una palla grande quanto un’arancia. E a mamma, che immancabilmente gli chiedeva quanto fosse valsa la pena trasportare quel peso che si riduceva a un niente, lui rispondeva che sì, ne era valsa la pena perché almeno un bicchiere d’acqua fresca l’avrebbe bevuto. Quando Elena se ne andò via mi franò addosso tutta una fabbrica di ghiaccio. Una montagna di ghiaccio. Ci son voluti anni prima che si sciogliesse. Il mio ghiacciaio ha seminato anch’esso per le strade, ma non acqua: ha seminato lacrime. Ne è valsa la pena? Ne è valsa la pena. Perché il bicchiere di acqua fresca che alla fine mi è rimasto era ed è fatto dai ricordi che mi hanno tenuto in vita. Se potessi, ripercorrerei i seicentosettantadue giorni vissuti con Elena e con Giovanni, gli unici giorni felici della mia vita, pur sapendo di doverne ripagare il prezzo che ho pagato. Lo so, i miei sono discorsi di un matto, come dicono tutti. Ma cosa vogliamo farci? Sono nato così. Se babbo la sera che ha inseminato mamma non fosse stato bevuto, forse sarei un altro, un uomo normale, come direbbero le persone normali, chissà! Ma mi chiedo: cosa sarebbe accaduto se diciassette anni fa fossi stato un altro e avessi girato di testa per quanto accaduto? Forse avrei ucciso Elena, colpevole d’avermi abbandonato. Succedono ancora oggi queste cose, e sempre più spesso. Le confesso che in quei giorni anche la mia testa ha girato all’incontrario, ma aveva preso il verso giusto, perché io son fuori norma.
Si era fatta notte. Un soffio di vento attenuava il calore del giorno appena finito. Il silenzio della stanza era interrotto soltanto dal monotono ronzio della lampada che era rimasta accesa. Non riuscivo ancora ad andare via. Restai per qualche minuto a osservare Agostino che, sopraffatto dal rimpianto, fissava il buio oltre la finestra aperta. Avrei voluto dirgli della gran pena che provavo per lui, ma non osavo fiatare. Dopo un tempo che parve interminabile fu lui a rompere l’innaturale quiete.
– Giovanni mi ha detto che Elena vuole ritornare con me, sì sì, con me.
– E lei che ne pensa?
Ero certo della risposta, ma ancora una volta Agostino mi sorprese: – Cosa ne penso? Che lei ritorna da me, no? Sì sì, ritorna da me.
– Ma non sarebbe meglio se le cose restassero così come ora? Dopo tanti anni… È cambiato il mondo, è cambiato lei, sarà cambiata anche Elena suppongo. Il tempo modifica tante cose, forse in meglio e lo spero per tutti o anche in peggio, chi lo sa?
– No no, Giovanni mi ha detto che Elena mi vuole sempre bene, sì sì, molto bene. Ha sofferto tanto quando se n’è andata per i motivi che non racconto a lei perché non li so nemmeno io, ma è così.
Mi balenò il sospetto che la tregua con la logica fosse finita e che si fosse risvegliato Agostino lo scemo; il vaneggiamento che ne seguì confermò il sospetto.
– Siccome devo ripagare Elena per tutto quello che ha patito stando lontana da me, ho deciso di farle il testamento per quando muoio, quello orografico.
– Olografo, vorrà dire.
– Eh sì, quello senza il notaio. Ormai sono vecchio e non sto tanto bene. Per mia tranquillità, Giovanni mi ha detto che lo conserva Elena quando ritorna, e lei, signor come si chiama, mi deve fare il piacere di mettere la firma di testimone.

A un tratto compresi il tenore della telefonata del caro Giovanni proprio sputato alla mamma e le sue (o le loro?) indagini circa gli appartamenti di Agostino. Eh no, non doveva finire così!
– Il signor come si chiama, cioè io dovrei mettere la mia firma su quella sconcezza di testamento? Tanto per la precisione, informi Giovanni che è tanto esperto di ultime volontà, che per quel tipo di testamento non c’è bisogno di nessuna firma di testimoni. Poi volevo aggiungere che lei sta per commettere un grosso errore, consentendo un affaraccio che non sta né in cielo né in terra. Una cosa da scemi!
Mi resi subito conto che l’ultima parola era in più e infatti colse nel segno.
– Ma come ti permetti tu di chiamarmi scemo? Chi sei tu, che non ti conosco nemmeno? E perché t’infili nei fatti miei?
Il lei era sparito – e quello era il meno – mai però avrei immaginato di vedere Agostino così imbufalito.
– Sai cosa ti dico? – proseguì alzando sempre più la ripristinata voce da contralto, – Che della mia proprietà ne faccio quello che voglio, sì sì, quello che voglio, o non è che forse la vuoi tu? Vai, vai e saltami la porta.
Mi lanciò l’orologio che presi al volo e con sorprendente energia mi spinse verso la porta. La storia finì lì e Agostino non lo rividi più.

L’inverno è particolarmente rigido quest’anno. Un gelido vento di tramontana si sente ululare fra le arcate del Ponte che attraverso per raggiungere il centro. Le rondini hanno trasmigrato da diversi mesi e la fontana ha ridotto il suo getto d’acqua. Do un’occhiata distratta verso la finestra dalla quale avevo ammirato da diversa angolatura proprio la strada che ora percorro: sul davanzale una bella pianta di ciclamini macchia di rosso la cinerea facciata della palazzina, segno che il testamento, secondo le intenzioni di qualcuno, è andato a buon fine.
La notizia della scomparsa di Agostino l’avevo appresa da un quotidiano locale che nelle notizie di cronaca, con la nota proverbiale sensibilità, titolava Si toglie la vita lanciandosi dal Ponte, e nell’occhiello l’uomo era noto in città come Agostino lo scemo. L’articolo che seguiva riportava tutti i particolari senza tralasciare, per diritto di cronaca, che il suicida soffriva di disturbi mentali. Di fianco al pezzo, il solito parere dello psicanalista che distribuiva illuminate opinioni in merito: …in questi soggetti dallo stato psichico alterato, il distacco dal mondo circostante nel quale…
Mi piacerebbe non dover dare credito alla scienza ed alla sua rigorosa razionalità che a volte procura tanti dispiaceri. Tuttavia, mi chiedo spesso quali eventi si siano succeduti dietro la finestra dai ciclamini rossi dopo il tempestoso congedo riservatomi da Agostino. Elaboro deduzioni che potrebbero sovrapporsi a certe verità e ne rimango turbato. Ma del resto, quale aiuto avrei potuto dare a un poveruomo che avevo avvicinato soltanto due volte? Denunciare un sospetto facilmente contestabile dalle parti in causa mi avrebbe esposto al ridicolo e, temo, ad una ingiusta querela. Confessarlo a un prete, vincolato al segreto dalla sua professione di fede, ne avrebbe guadagnato il consiglio di pregare affinché gli avvenimenti paventati non si verificassero.
Non trovo altra scelta al mio dilemma se non che rafforzare in me lo sdegno per l’imbroglio perpetrato ai danni dello sprovveduto orologiaio.
A volte, per addolcire i miei perché, mi perdo nel crepuscolo di una sera d’autunno, con Agostino che prega le rondini amiche affinché gli insegnino a volare in pochi istanti, così com’è avvenuto, per andar via verso esotici paesi, lontani e caldi, dove non esistono realtà e ricordi che spingano alle lacrime, né ghiacciai che le debbano dissolvere.